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#PERSONENUOVE – Newsletter di SESTA OPERA SAN FEDELE

PER RIDARE SPERANZA
Guido Chiaretti – Presidente Sesta Opera

“Non possiamo pretendere di rimanere sempre sani in un mondo malato”.

Questa la lettura di Papa Francesco sul tempo che stiamo vivendo. Lettura illuminante perché non si riferisce solo all’emergenza sanitaria ma cerca di farci aprire gli occhi sulla nostra società malata di altre gravi pandemie che stanno facendo morire milioni di persone nel mondo: quella della fame, quella della guerra, quella dei bambini senza educazione. Lettura profonda perché non settoriale, ma capace di vedere tutte le interconnessioni tra tanti aspetti apparentemente lontani. I poveri e la terra stanno gridando ma noi non ce ne curiamo. I problemi dell’uno sono causa ed effetto di quelli dell’altro.

Da qui nasce la proposta di una ecologia integrale: non solo ambiente, ma ambiente malato che condiziona la vita dei più poveri; e politica ed economia miopi ed avide che accaparrano le risorse del pianeta distruggendolo. Agli scarti del mondo ricco che stanno invadendo l’ambiente (pensate solo alle plastiche negli oceani) corrispondono miliardi di
persone destinate a diventare gli scarti della nostra società. Abbiamo girato lo sguardo altrove di fronte a guerre e ingiustizie planetarie, non abbiamo ascoltato il grido dei poveri, e del nostro pianeta gravemente malato.

Possiamo – è l’invito del Pontefice – “invertire la marcia e scommettere su un mondo migliore e più sano, per lasciarlo come eredità alle generazioni future. Tutto dipende da noi; tutti insieme dobbiamo diventare più consapevoli delle cure e della protezione della nostra casa comune, così come dei fratelli più fragili e scartati dalla società”.
Cosa può fare la nostra associazione in questo contesto?

Cosa può fare la nostra associazione
Portare speranza agli ultimi, formare alla cura dell’ambiente.

Certamente il mondo del carcere, da sempre, è parte degli “scarti” creati dalla nostra società “distratta”. E paradossalmente, il carcere stesso è un “ambiente” che genera una ingiustificata quantità di scarti, come cibo e vestiario.

L’attuale pandemia, che ha ampliato la fascia della povertà assoluta nella società, ha ridotto ulteriormente gli aiuti che le famiglie dei detenuti, già economicamente malmesse, portavano ai loro cari. La povertà sta colpendo tutti, ma chi ne paga maggiormente le conseguenze sono le fasce più deboli. La burocrazia poi, tra regole confuse e non uniformi, ha fatto il resto per ridurre le possibilità di incontro e di vicinanza. Il distanziamento fisico tra detenuti e volontari, o familiari, sta aumentando le distanze tra società civile e mondo dei ristretti. Le attività trattamentali quasi del tutto bloccate; il tempo in cella è vuoto, non passa mai. La crisi del mondo del lavoro ha annullato anche le poche occasioni che i detenuti avevano. La depressione e l’ozio dilagano negli istituti di pena. Solo la fiducia tra le direzioni e gli operatori delle carceri e i volontari della nostra associazione ha permesso la loro presenza (è operativo un volontario su tre, o su cinque,
secondo le diverse disposizioni locali) per rispondere ai bisogni personali primari, e ha consentito che alcuni progetti di gruppo continuassero, pur con diversi adattamenti. Così, ad esempio, procede il progetto FAIRE (Formare, Accompagnare verso una Inclusione Responsabile) nel reparto femminile di Bollate per rafforzare le capacità relazionali tra le detenute e accompagnarle nel loro reinserimento nel territorio del milanese e del bergamasco. Riprende il progetto sulla mediazione dei conflitti nello stesso reparto, e inizia il progetto PIA (Povertà, Inclusione e Ambiente) che allarga lo sguardo sui bisogni, per venire incontro alle povertà di detenuti e rifugiati, aiutarli ad inserirsi nella società e sensibilizzarli al rispetto dell’ambiente in cui vivono. E’ un progetto guidato da Sesta Opera e che coinvolge altre associazioni della rete JSN (Jesuit Social Network) in dieci regioni italiane. Coscienti delle grandi difficoltà del momento, non per questo ci
fermiamo, ma insieme vogliamo rilanciare e aiutarci ad affrontare le nuove sfide, accogliendo lo stile indicato da papa Francesco: da una parte, lanciare opportunità che diano speranza agli ultimi perché non si sentano scartati, ma accolti e aiutati ad inserirsi. E dall’altra offrire una formazione alla cura e al rispetto dell’ambiente in cui essi, detenuti e rifugiati, vivono. Certo, l’ultima parola su aperture e chiusure è del Governo e della Amministrazione Penitenziaria, ma non appena si aprirà uno spiraglio noi saremo pronti a ridare speranza.

II pochi volontari che hanno ripreso a fare colloqui all’interno del carcere raccolgono
personalmente i bisogni che si sono accumulati: occhiali, pasta per dentiera, generi di prima necessità come zucchero, caffè e detersivi; anche presidi sanitari per malati o infortunati, dalla pomata per i dolori articolari alla ginocchiera per chi deve essere operato, alla fascia elastica o corsetti. Molti chiedono anche orologi, radioline,
non potendo più uscire dalle celle se non per l’ora d’aria e con meno possibilità di contatti, cercano strumenti per far passare il tempo.

PIU’ POVERI DIETRO LE SBARRE
Teresa Michiara – Responsabile volontari San Vittore

In questo periodo difficile per tutti anche in carcere la situazione è mutata e sembra di essere tornati indietro di 20 anni: celle chiuse, nessuna attività culturale o ricreativa, pochi spostamenti di detenuti per andare a colloquio con famigliari o avvocati, pochissimi ‘civili’, corridoi deserti. Di conseguenza, depressione, ribellione, ansia e, spesso, confusione mentale e disturbi psichici sono aumentati in maniera esponenziale. Il clima è teso, si respira aria di repressione e scontento. Anche gli agenti sono sotto pressione, oberati da continue richieste da parte dei detenuti che si sentono ‘abbandonati’ e spesso loro stessi costretti da ordini di servizio che devono rispettare non solo la sicurezza penitenziaria ma anche quella sanitaria. Ma è l’intero sistema della giustizia a essere rallentato, o in alcuni casi addirittura sospeso: tribunale, accesso alle misure alternative, affidamenti, rapporto con le comunità, tutti in situazioni critiche. Di conseguenza le problematiche si sono acuite.

RISTABILIRE forme di GIUSTIZIA – RIPENSARE stili di VITA
RIPARTIRE come PERSONE NUOVE

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Accanto a ciò si aggiungono le difficoltà sanitarie: coloro che risultano positivi al tampone, o trasferiti per questo motivo da altro carcere – San Vittore agisce come centro sanitario di riferimento per i casi Covid19 in ambito penitenziario-, sono privati dei propri indumenti che devono essere sanificati. Il carcere non fornisce sufficiente materiale di igiene personale o per l’ambiente, né asciugamani o biancheria intima. Anche i pacchi dei parenti, diventati di difficile consegna per una questione di turni e orari, sono sottoposti a deposito di una settimana prima di essere consegnati.

La nostra associazione ha cercato di sopperire alle loro necessità primarie: una goccia nel mare delle richieste

La fornitura dell’abbigliamento, che prima del lockdown proveniva perlopiù da raccolte nelle diverse parrocchie, si è ridotta o è ancora in fase di ripresa. Inoltre, la merce usata deve essere sanificata e poi depositata per qualche tempo prima di essere distribuita. La nostra associazione ha cercato di sopperire – una goccia nel mare delle richieste – con donazioni di denaro direttamente al carcere per l’acquisto di tessere telefoniche da 10 € a favore dei detenuti indigenti: sono stati donate 2000€, accontentando 200 detenuti. Un numero minimo rispetto al bisogno. Abbiamo bisogno urgentemente di un supporto economico per contribuire al mantenimento della dignità di coloro che sono privati della libertà, spesso abbrutiti da mancanze di igiene e di decoro, esposti al freddo o al caldo senza possibilità di lavarsi perché non hanno asciugamani né cambio d’abiti…

FASE 1, SEMPRE A LORO FIANCO
Daniela Affanni – volontaria San Vittore

A un certo momento mi è parso che la sesta opera di misericordia(visitare i carcerati) fosse diventata la terza opera (vestire gli ignudi). Già prima che scattasse il lockdown – e le carceri diventassero isole nell’arcipelago del mondo raggelato dalla pandemia -, mi occupavo del servizio guardaroba nel carcere milanese di San Vittore.

Insieme a molti altri volontari distribuivamo vestiario, in sostituzione di capi usurati, non più utilizzabili e spesso anche mancanti. Accanto a questa attività animavamo anche altre iniziative: dal cineforum, alla lettura di poesie e altro ancora. A San Vittore è sempre entrato un gran numero di volontari e si sono svolte tante attività, io ero una dei tanti. A un certo punto, come spesso succede in tempi di emergenze di varia natura, gli interventi vengono “selezionati” e riemergono le necessità dei bisogni primari.
Per i detenuti, costretti in celle sovraffollate e sommersi da notizie contraddittorie ed allarmanti circa la necessità di distanziamento, incontrare qualcuno di fuori per esporre i
propri bisogni è diventata davvero una questione vitale. Tanto più che per diverso tempo sono stati interdetti i colloqui con i parenti e amici e il consueto ricambio di vestiti si è interrotto. Per una serie di circostanze che in apparenza non hanno un piano preciso, io ho continuato a varcare il portone di piazza Filangeri anche in tempo di pandemia (a parte le due settimane della rivolta) ma solo con questa attività: fornire capi di vestiario. Solo in un secondo tempo, e non senza tante difficoltà, anche altri volontari hanno potuto riprendere i colloqui.

Il servizio del vestiario prevede non solo la distribuzione, ma anche l’approvvigionamento e l’organizzazione del magazzino. E quando c’è carenza si impone una selezione con fantasia: non abbiamo tute? Allora si dà una felpa e un paio di pantaloni. Sembra facile ma quando mancano le scarpe, non si sa come rimediare. Soprattutto in un carcere di prima accoglienza come quello di San Vittore, occorre avere sempre a disposizione capi d’abbigliamento, anche intimo (canottiere, mutande, ciabatte per doccia e asciugamani oltre che sapone e shampoo e prodotti di igiene che il carcere non fornisce).
Chi viene arrestato, e dalla strada passa in carcere, è spesso sporco, insanguinato, affetto da scabbia e pidocchi e necessita di indumenti e ricambi freschi.

Perché è necessario vestire dei carcerati?
La risposta è alla base delle finalità della nostra associazione.
I vestiti contribuiscono a dare dignità alla persona.

Tutte le consegne di indumenti vengono registrate e si cerca di distribuire equamente nei vari raggi. Ora che siamo in pochi a occuparci del vestiario, le domande si affollano nelle cartelline e spesso la preparazione dei pacchi e la distribuzione avviene sulla base di urgenze ed emergenze che però non sono individuate da me ma “piovono” da più parti: segnalazioni del cappellano, delle suore, segnalazioni degli agenti, segnalazione di
qualche detenuto che per lavoro esce dalla cella e ha contatti con me e altri volontari.
Altro dettaglio: chi viene arrestato ora viene posizionato in celle elegantemente definite “cristallizzate”, in attesa che si sappia l’esito del tampone e si decida l’assegnazione al raggio. Io passo con i pacchi in mano da distribuire e mi sento chiamare da più
parti da persone che dal cancello della loro cella, mi dicono che hanno freddo. Da qui mi è nata la sensazione di “vestire gli ignudi”, più che in passato.
Potrebbe sorgere la domanda: perché è necessario vestire dei carcerati? La risposta è alla base delle finalità della nostra associazione. I vestiti contribuiscono a dare
dignità a una persona. Come è tristemente noto nei regimi totalitari, i soggetti ritenuti pericolosi vengono arrestati e privati immediatamente dei loro vestiti.
Questo nel carcere dove vado io, e generalmente nel sistema penitenziario italiano, per fortuna non succede: ma l’accoglienza dei “nuovi giunti” non può prescindere
da un adeguato abbigliamento. Dal vestire si passa a “rivestire” la persona: perché il fine della pena è la riabilitazione della persona.

DAL DENTRO AL FUORI: LA STORIA DI ANNA
Chiara Santini – Counselor Sesta Opera

Ha fatto capolino nell’ufficio di Sesta Opera, un pomeriggio prima dell’estate.
Con la testa tra le carte, ho faticato a riconoscere in quella donna matura e gentile, Anna, una donna che avevamo assistito anni fa.
Uno sguardo sofferto ma deciso, ben pettinata, una voce pacata e un sorriso aperto. “Ciao
Chiara, come stai? Passavo di qua e ho pensato a voi…”. E’ stata davvero una bella sorpresa sentire da lei che le cose iniziano ad andare meglio: un piccolo lavoro, il rientro in famiglia e soprattutto il distacco da ambienti e comportamenti che l’avevano trascinata e travolta. Tutti traguardi che solo alcuni mesi prima sembravano irraggiungibili e su cui, insieme, avevamo a lungo parlato, preparato, atteso, fortemente voluto e anche sognato.

A Bollate, con lei avevo condiviso l’esperienza della mediazione dei conflitti: un progetto sperimentale, unico in Italia, ma anche un percorso intimo, tra donne, dove l’empatia e la fiducia sono gli strumenti più preziosi e gli abiti migliori che si possano vestire, dove in gioco ci sono tutte le dimensioni della persona.
“Non basta la volontà e voi mi avete dedicato attenzione, consigli. Le persone che facilitano il gruppo ti ascoltano e sono calme. Frequentare la mediazione mi ha aperto l’orizzonte, non solo nella mia vita in carcere, ma anche nella mia vita privata. E’ una cosa in più per la mia vita, uno strumento che ho imparato e che utilizzo quando mi rapporto con gli altri”.
E il cambiamento non è solo esteriore. “Non sono più l’Anna di prima – continua nel suo racconto -, prima ero arrabbiata. Ora ascolto di più e sono più tranquilla. Sono una Anna libera e sono riconoscente a chi si è impegnato per trasmettere tanto: spero di poter continuare perché è un percorso lungo. Dopo sei mesi fuori dal carcere sto imparando a darmi attenzione, a prendere del tempo per me. Ho passato la vita a dare attenzione agli altri, alle responsabilità, ho pensato solo a sacrificarmi”.
Parliamo anche dei suoi figli e mi racconta di un episodio successo pochi giorni prima. “Sono stata convocata dalla maestra di uno dei miei figli per un grave episodio di
cui è stato vittima: le ho parlato e mi sono svelata, le ho detto che ero stata in carcere (prima ho chiesto a mio figlio se potevo farlo, non sapevo se lui si vergognasse ma mi ha detto di dire tutto ciò che volevo, che per lui sono il suo eroe). Ero molto arrabbiata e volevo denunciare l’episodio alla polizia, ma poi, insieme alla polizia, abbiamo deciso di fare un intervento di testimonianza a scuola e così ho fatto: sono andata a parlare ai ragazzi, ho parlato in modo positivo, ho detto loro di pensare a cosa fanno e a chi vogliono essere. Il carcere ti ruba l’identità. Ora ho un’altra testa e un altro cuore. Se non è mediazione questa” (mi dice ridendo)…

IL CARCERE VISTO DAI DIRETTORI

Pianosa, Asinara, Bollate ed infine Milano, passando per Nuoro, Alghero, Piacenza, Brescia e Taranto. Non si tratta di un giro turistico nella nostra penisola, bensì le tappe della lunga esperienza lavorativa nelle carceri italiane di Luigi Pagano. Una esperienza
professionale, ma soprattutto umana, che lui stesso, da pochi mesi in pensione, racconta nel libro “Il Direttore. 40 anni di lavoro in carcere” (edito da Zolfo, ottobre 2020). Laurea in Giurisprudenza, sposato, due figli, 66 anni, napoletano, Pagano è stato direttore di molti istituti, tra cui San Vittore per oltre 15 anni.
Quando arrivò venne accolto da Giambattista Legnani, presidente e volontario della nostra associazione che lo accompagnò nella prima visita all’istituto e gli fu amico per tutti gli anni seguenti. Per lui rimase sempre “Luisin”.
E proprio grazie a lui si devono le prime iniziative “aperte” negli istituti penitenziari: dal “Costanzo show” registrato nel carcere di Brescia, alla visita del Cardinale Martini a San Vittore, ad attività culturali e ricreative. “Il carcere dovrebbe essere davvero l’extrema ratio dell’esecuzione penale – puntualizza Pagano -: rieducazione e
reinserimento potrebbero essere perseguiti implementando le misure alternative, che costano di meno e rendono di più in termini di abbattimento della recidiva”.
Una prospettiva che Sesta Opera abbraccia con convinzione per superare quella convinzione del carcere come un mondo senza ritorno. Dove, per dirla con le parole di Giacinto Siciliano, attuale direttore di San Vittore, portare il senso dello Stato è una questione “Di cuore e di coraggio”: come recita il titolo del libro di memorie da
lui stesso scritto (Rizzoli, maggio 2020).