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NEWSLETTER 2020

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Quinto seminario “A scuola di libertà”: I meccanismi dell’ odio

Prosegue il progetto “A scuola di libertà” e propone il quinto seminario intitolato “I meccanismi dell’odio”.

L’appuntamento è su Zoom, lunedì 18 gennaio dalle 17 alle 18.30

Parteciperà Eraldo Affinati, scrittore e insegnante sensibile ai temi dell’educazione e della scuola.

Tutti i dettagli nella locandina

#PERSONENUOVE – Newsletter di SESTA OPERA SAN FEDELE

PER RIDARE SPERANZA
Guido Chiaretti – Presidente Sesta Opera

“Non possiamo pretendere di rimanere sempre sani in un mondo malato”.

Questa la lettura di Papa Francesco sul tempo che stiamo vivendo. Lettura illuminante perché non si riferisce solo all’emergenza sanitaria ma cerca di farci aprire gli occhi sulla nostra società malata di altre gravi pandemie che stanno facendo morire milioni di persone nel mondo: quella della fame, quella della guerra, quella dei bambini senza educazione. Lettura profonda perché non settoriale, ma capace di vedere tutte le interconnessioni tra tanti aspetti apparentemente lontani. I poveri e la terra stanno gridando ma noi non ce ne curiamo. I problemi dell’uno sono causa ed effetto di quelli dell’altro.

Da qui nasce la proposta di una ecologia integrale: non solo ambiente, ma ambiente malato che condiziona la vita dei più poveri; e politica ed economia miopi ed avide che accaparrano le risorse del pianeta distruggendolo. Agli scarti del mondo ricco che stanno invadendo l’ambiente (pensate solo alle plastiche negli oceani) corrispondono miliardi di
persone destinate a diventare gli scarti della nostra società. Abbiamo girato lo sguardo altrove di fronte a guerre e ingiustizie planetarie, non abbiamo ascoltato il grido dei poveri, e del nostro pianeta gravemente malato.

Possiamo – è l’invito del Pontefice – “invertire la marcia e scommettere su un mondo migliore e più sano, per lasciarlo come eredità alle generazioni future. Tutto dipende da noi; tutti insieme dobbiamo diventare più consapevoli delle cure e della protezione della nostra casa comune, così come dei fratelli più fragili e scartati dalla società”.
Cosa può fare la nostra associazione in questo contesto?

Cosa può fare la nostra associazione
Portare speranza agli ultimi, formare alla cura dell’ambiente.

Certamente il mondo del carcere, da sempre, è parte degli “scarti” creati dalla nostra società “distratta”. E paradossalmente, il carcere stesso è un “ambiente” che genera una ingiustificata quantità di scarti, come cibo e vestiario.

L’attuale pandemia, che ha ampliato la fascia della povertà assoluta nella società, ha ridotto ulteriormente gli aiuti che le famiglie dei detenuti, già economicamente malmesse, portavano ai loro cari. La povertà sta colpendo tutti, ma chi ne paga maggiormente le conseguenze sono le fasce più deboli. La burocrazia poi, tra regole confuse e non uniformi, ha fatto il resto per ridurre le possibilità di incontro e di vicinanza. Il distanziamento fisico tra detenuti e volontari, o familiari, sta aumentando le distanze tra società civile e mondo dei ristretti. Le attività trattamentali quasi del tutto bloccate; il tempo in cella è vuoto, non passa mai. La crisi del mondo del lavoro ha annullato anche le poche occasioni che i detenuti avevano. La depressione e l’ozio dilagano negli istituti di pena. Solo la fiducia tra le direzioni e gli operatori delle carceri e i volontari della nostra associazione ha permesso la loro presenza (è operativo un volontario su tre, o su cinque,
secondo le diverse disposizioni locali) per rispondere ai bisogni personali primari, e ha consentito che alcuni progetti di gruppo continuassero, pur con diversi adattamenti. Così, ad esempio, procede il progetto FAIRE (Formare, Accompagnare verso una Inclusione Responsabile) nel reparto femminile di Bollate per rafforzare le capacità relazionali tra le detenute e accompagnarle nel loro reinserimento nel territorio del milanese e del bergamasco. Riprende il progetto sulla mediazione dei conflitti nello stesso reparto, e inizia il progetto PIA (Povertà, Inclusione e Ambiente) che allarga lo sguardo sui bisogni, per venire incontro alle povertà di detenuti e rifugiati, aiutarli ad inserirsi nella società e sensibilizzarli al rispetto dell’ambiente in cui vivono. E’ un progetto guidato da Sesta Opera e che coinvolge altre associazioni della rete JSN (Jesuit Social Network) in dieci regioni italiane. Coscienti delle grandi difficoltà del momento, non per questo ci
fermiamo, ma insieme vogliamo rilanciare e aiutarci ad affrontare le nuove sfide, accogliendo lo stile indicato da papa Francesco: da una parte, lanciare opportunità che diano speranza agli ultimi perché non si sentano scartati, ma accolti e aiutati ad inserirsi. E dall’altra offrire una formazione alla cura e al rispetto dell’ambiente in cui essi, detenuti e rifugiati, vivono. Certo, l’ultima parola su aperture e chiusure è del Governo e della Amministrazione Penitenziaria, ma non appena si aprirà uno spiraglio noi saremo pronti a ridare speranza.

II pochi volontari che hanno ripreso a fare colloqui all’interno del carcere raccolgono
personalmente i bisogni che si sono accumulati: occhiali, pasta per dentiera, generi di prima necessità come zucchero, caffè e detersivi; anche presidi sanitari per malati o infortunati, dalla pomata per i dolori articolari alla ginocchiera per chi deve essere operato, alla fascia elastica o corsetti. Molti chiedono anche orologi, radioline,
non potendo più uscire dalle celle se non per l’ora d’aria e con meno possibilità di contatti, cercano strumenti per far passare il tempo.

PIU’ POVERI DIETRO LE SBARRE
Teresa Michiara – Responsabile volontari San Vittore

In questo periodo difficile per tutti anche in carcere la situazione è mutata e sembra di essere tornati indietro di 20 anni: celle chiuse, nessuna attività culturale o ricreativa, pochi spostamenti di detenuti per andare a colloquio con famigliari o avvocati, pochissimi ‘civili’, corridoi deserti. Di conseguenza, depressione, ribellione, ansia e, spesso, confusione mentale e disturbi psichici sono aumentati in maniera esponenziale. Il clima è teso, si respira aria di repressione e scontento. Anche gli agenti sono sotto pressione, oberati da continue richieste da parte dei detenuti che si sentono ‘abbandonati’ e spesso loro stessi costretti da ordini di servizio che devono rispettare non solo la sicurezza penitenziaria ma anche quella sanitaria. Ma è l’intero sistema della giustizia a essere rallentato, o in alcuni casi addirittura sospeso: tribunale, accesso alle misure alternative, affidamenti, rapporto con le comunità, tutti in situazioni critiche. Di conseguenza le problematiche si sono acuite.

RISTABILIRE forme di GIUSTIZIA – RIPENSARE stili di VITA
RIPARTIRE come PERSONE NUOVE

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Accanto a ciò si aggiungono le difficoltà sanitarie: coloro che risultano positivi al tampone, o trasferiti per questo motivo da altro carcere – San Vittore agisce come centro sanitario di riferimento per i casi Covid19 in ambito penitenziario-, sono privati dei propri indumenti che devono essere sanificati. Il carcere non fornisce sufficiente materiale di igiene personale o per l’ambiente, né asciugamani o biancheria intima. Anche i pacchi dei parenti, diventati di difficile consegna per una questione di turni e orari, sono sottoposti a deposito di una settimana prima di essere consegnati.

La nostra associazione ha cercato di sopperire alle loro necessità primarie: una goccia nel mare delle richieste

La fornitura dell’abbigliamento, che prima del lockdown proveniva perlopiù da raccolte nelle diverse parrocchie, si è ridotta o è ancora in fase di ripresa. Inoltre, la merce usata deve essere sanificata e poi depositata per qualche tempo prima di essere distribuita. La nostra associazione ha cercato di sopperire – una goccia nel mare delle richieste – con donazioni di denaro direttamente al carcere per l’acquisto di tessere telefoniche da 10 € a favore dei detenuti indigenti: sono stati donate 2000€, accontentando 200 detenuti. Un numero minimo rispetto al bisogno. Abbiamo bisogno urgentemente di un supporto economico per contribuire al mantenimento della dignità di coloro che sono privati della libertà, spesso abbrutiti da mancanze di igiene e di decoro, esposti al freddo o al caldo senza possibilità di lavarsi perché non hanno asciugamani né cambio d’abiti…

FASE 1, SEMPRE A LORO FIANCO
Daniela Affanni – volontaria San Vittore

A un certo momento mi è parso che la sesta opera di misericordia(visitare i carcerati) fosse diventata la terza opera (vestire gli ignudi). Già prima che scattasse il lockdown – e le carceri diventassero isole nell’arcipelago del mondo raggelato dalla pandemia -, mi occupavo del servizio guardaroba nel carcere milanese di San Vittore.

Insieme a molti altri volontari distribuivamo vestiario, in sostituzione di capi usurati, non più utilizzabili e spesso anche mancanti. Accanto a questa attività animavamo anche altre iniziative: dal cineforum, alla lettura di poesie e altro ancora. A San Vittore è sempre entrato un gran numero di volontari e si sono svolte tante attività, io ero una dei tanti. A un certo punto, come spesso succede in tempi di emergenze di varia natura, gli interventi vengono “selezionati” e riemergono le necessità dei bisogni primari.
Per i detenuti, costretti in celle sovraffollate e sommersi da notizie contraddittorie ed allarmanti circa la necessità di distanziamento, incontrare qualcuno di fuori per esporre i
propri bisogni è diventata davvero una questione vitale. Tanto più che per diverso tempo sono stati interdetti i colloqui con i parenti e amici e il consueto ricambio di vestiti si è interrotto. Per una serie di circostanze che in apparenza non hanno un piano preciso, io ho continuato a varcare il portone di piazza Filangeri anche in tempo di pandemia (a parte le due settimane della rivolta) ma solo con questa attività: fornire capi di vestiario. Solo in un secondo tempo, e non senza tante difficoltà, anche altri volontari hanno potuto riprendere i colloqui.

Il servizio del vestiario prevede non solo la distribuzione, ma anche l’approvvigionamento e l’organizzazione del magazzino. E quando c’è carenza si impone una selezione con fantasia: non abbiamo tute? Allora si dà una felpa e un paio di pantaloni. Sembra facile ma quando mancano le scarpe, non si sa come rimediare. Soprattutto in un carcere di prima accoglienza come quello di San Vittore, occorre avere sempre a disposizione capi d’abbigliamento, anche intimo (canottiere, mutande, ciabatte per doccia e asciugamani oltre che sapone e shampoo e prodotti di igiene che il carcere non fornisce).
Chi viene arrestato, e dalla strada passa in carcere, è spesso sporco, insanguinato, affetto da scabbia e pidocchi e necessita di indumenti e ricambi freschi.

Perché è necessario vestire dei carcerati?
La risposta è alla base delle finalità della nostra associazione.
I vestiti contribuiscono a dare dignità alla persona.

Tutte le consegne di indumenti vengono registrate e si cerca di distribuire equamente nei vari raggi. Ora che siamo in pochi a occuparci del vestiario, le domande si affollano nelle cartelline e spesso la preparazione dei pacchi e la distribuzione avviene sulla base di urgenze ed emergenze che però non sono individuate da me ma “piovono” da più parti: segnalazioni del cappellano, delle suore, segnalazioni degli agenti, segnalazione di
qualche detenuto che per lavoro esce dalla cella e ha contatti con me e altri volontari.
Altro dettaglio: chi viene arrestato ora viene posizionato in celle elegantemente definite “cristallizzate”, in attesa che si sappia l’esito del tampone e si decida l’assegnazione al raggio. Io passo con i pacchi in mano da distribuire e mi sento chiamare da più
parti da persone che dal cancello della loro cella, mi dicono che hanno freddo. Da qui mi è nata la sensazione di “vestire gli ignudi”, più che in passato.
Potrebbe sorgere la domanda: perché è necessario vestire dei carcerati? La risposta è alla base delle finalità della nostra associazione. I vestiti contribuiscono a dare
dignità a una persona. Come è tristemente noto nei regimi totalitari, i soggetti ritenuti pericolosi vengono arrestati e privati immediatamente dei loro vestiti.
Questo nel carcere dove vado io, e generalmente nel sistema penitenziario italiano, per fortuna non succede: ma l’accoglienza dei “nuovi giunti” non può prescindere
da un adeguato abbigliamento. Dal vestire si passa a “rivestire” la persona: perché il fine della pena è la riabilitazione della persona.

DAL DENTRO AL FUORI: LA STORIA DI ANNA
Chiara Santini – Counselor Sesta Opera

Ha fatto capolino nell’ufficio di Sesta Opera, un pomeriggio prima dell’estate.
Con la testa tra le carte, ho faticato a riconoscere in quella donna matura e gentile, Anna, una donna che avevamo assistito anni fa.
Uno sguardo sofferto ma deciso, ben pettinata, una voce pacata e un sorriso aperto. “Ciao
Chiara, come stai? Passavo di qua e ho pensato a voi…”. E’ stata davvero una bella sorpresa sentire da lei che le cose iniziano ad andare meglio: un piccolo lavoro, il rientro in famiglia e soprattutto il distacco da ambienti e comportamenti che l’avevano trascinata e travolta. Tutti traguardi che solo alcuni mesi prima sembravano irraggiungibili e su cui, insieme, avevamo a lungo parlato, preparato, atteso, fortemente voluto e anche sognato.

A Bollate, con lei avevo condiviso l’esperienza della mediazione dei conflitti: un progetto sperimentale, unico in Italia, ma anche un percorso intimo, tra donne, dove l’empatia e la fiducia sono gli strumenti più preziosi e gli abiti migliori che si possano vestire, dove in gioco ci sono tutte le dimensioni della persona.
“Non basta la volontà e voi mi avete dedicato attenzione, consigli. Le persone che facilitano il gruppo ti ascoltano e sono calme. Frequentare la mediazione mi ha aperto l’orizzonte, non solo nella mia vita in carcere, ma anche nella mia vita privata. E’ una cosa in più per la mia vita, uno strumento che ho imparato e che utilizzo quando mi rapporto con gli altri”.
E il cambiamento non è solo esteriore. “Non sono più l’Anna di prima – continua nel suo racconto -, prima ero arrabbiata. Ora ascolto di più e sono più tranquilla. Sono una Anna libera e sono riconoscente a chi si è impegnato per trasmettere tanto: spero di poter continuare perché è un percorso lungo. Dopo sei mesi fuori dal carcere sto imparando a darmi attenzione, a prendere del tempo per me. Ho passato la vita a dare attenzione agli altri, alle responsabilità, ho pensato solo a sacrificarmi”.
Parliamo anche dei suoi figli e mi racconta di un episodio successo pochi giorni prima. “Sono stata convocata dalla maestra di uno dei miei figli per un grave episodio di
cui è stato vittima: le ho parlato e mi sono svelata, le ho detto che ero stata in carcere (prima ho chiesto a mio figlio se potevo farlo, non sapevo se lui si vergognasse ma mi ha detto di dire tutto ciò che volevo, che per lui sono il suo eroe). Ero molto arrabbiata e volevo denunciare l’episodio alla polizia, ma poi, insieme alla polizia, abbiamo deciso di fare un intervento di testimonianza a scuola e così ho fatto: sono andata a parlare ai ragazzi, ho parlato in modo positivo, ho detto loro di pensare a cosa fanno e a chi vogliono essere. Il carcere ti ruba l’identità. Ora ho un’altra testa e un altro cuore. Se non è mediazione questa” (mi dice ridendo)…

IL CARCERE VISTO DAI DIRETTORI

Pianosa, Asinara, Bollate ed infine Milano, passando per Nuoro, Alghero, Piacenza, Brescia e Taranto. Non si tratta di un giro turistico nella nostra penisola, bensì le tappe della lunga esperienza lavorativa nelle carceri italiane di Luigi Pagano. Una esperienza
professionale, ma soprattutto umana, che lui stesso, da pochi mesi in pensione, racconta nel libro “Il Direttore. 40 anni di lavoro in carcere” (edito da Zolfo, ottobre 2020). Laurea in Giurisprudenza, sposato, due figli, 66 anni, napoletano, Pagano è stato direttore di molti istituti, tra cui San Vittore per oltre 15 anni.
Quando arrivò venne accolto da Giambattista Legnani, presidente e volontario della nostra associazione che lo accompagnò nella prima visita all’istituto e gli fu amico per tutti gli anni seguenti. Per lui rimase sempre “Luisin”.
E proprio grazie a lui si devono le prime iniziative “aperte” negli istituti penitenziari: dal “Costanzo show” registrato nel carcere di Brescia, alla visita del Cardinale Martini a San Vittore, ad attività culturali e ricreative. “Il carcere dovrebbe essere davvero l’extrema ratio dell’esecuzione penale – puntualizza Pagano -: rieducazione e
reinserimento potrebbero essere perseguiti implementando le misure alternative, che costano di meno e rendono di più in termini di abbattimento della recidiva”.
Una prospettiva che Sesta Opera abbraccia con convinzione per superare quella convinzione del carcere come un mondo senza ritorno. Dove, per dirla con le parole di Giacinto Siciliano, attuale direttore di San Vittore, portare il senso dello Stato è una questione “Di cuore e di coraggio”: come recita il titolo del libro di memorie da
lui stesso scritto (Rizzoli, maggio 2020).

Chiusura ufficio

L’ufficio della Sesta Opera San Fedele rimane chiuso tutta la settimana corrente, fino al 28 febbraio compreso, per seguire l’ordinanza disposta dalla Regione Lombardia sulle misure di prevenzione dal Covid-19.

Seguiranno aggiornamenti.

Per informazione e contatti rimane attiva la mail: sestaopera@gesuiti.it

Anche Natale arriva in carcere: prepariamoci!

Cosa ti piacerebbe ricevere se fossi tu in libertà ristretta?

Chi l’ha detto che Natale è solo un evento consumistico? Per noi di Sesta Opera San Fedele è una straordinaria occasione per trasformare l’ansia da pacchetto regalo, in un momento per ricordarci di chi – a questa attesa – dà un significato più profondo. Sostenere chi sta cercando di cambiare vita è infatti, uno dei nostri obiettivi. Un impegno portato avanti ogni giorno dai nostri volontari attivi nelle carceri milanesi. E se tra laboratori, progetti inclusivi, incontri, cineforum, colloqui riusciamo a contattare tante persone, ancora molto rimane da fare.  Per continuare a prenderci cura di chi vive il Natale dietro le sbarre, lontano dalla propria famiglia, abbiamo pensato di dare concretezza a quanti vorranno aiutarci con tre proposte.

Innanzitutto, una lista di idee regalo solidali. Il ricavato non solo aiuterà la vita quotidiana dei nostri assistiti, ma aiuterà il donatore a riflettere sulle condizioni di vita in carcere, mettendosi un po’ nei panni di chi si trova dietro le sbarre. Visita la sezione Proposte solidali del nostro sito e immagina cosa ti piacerebbe ricevere se fossi tu nella condizione di “libertà ristretta”.

Come sempre è disponibile anche il manuale sul volontariato carcerario, scritto dal nostro Presidente Guido Chiaretti.

 

Sogni e aspirazioni dietro le sbarre

Parafrasando il ritornello di una canzone di Dalla – A cosa pensano i marinai? – proviamo a chiedervi se avete mai immaginato che in carcere si compongono poesie. Di questo intenso mondo interiore che vive dietro le sbarre, nei cuori di tante persone che cercano un senso alle loro esistenze interrotte, ci parlano due opere.

La prima proposta, che ci è stata gentilmente donata dall’autrice, è il calendario 2020 di Margherita Lazzati,  “ERRANTI”. Le immagini raccontano di un diario socchiuso, da cui trapela, nel chiaroscuro delle immagini, una  narrazione che esplorazione e scoperta, un “errare, non solo nel senso dello sbaglio ma del vagabondare tra mondi e vicende, alla ricerca di parole, di modalità di espressione, di finali di storie non sempre certi e chiari. Si può richiedere copia in segreteria, con una donazione di 20 euro. Affrettatevi a prenotare il vostro calendario, perché ci sono solo 200 copie.

La seconda nasce da un’amicizia all’interno del carcere di Cremona, ed è la raccolta Poesia alla Sbarra di Andrea Rognoni, ex detenuto, che uscendo dal carcere regalò a Lucia Zanotti, volontaria di Sesta Opera presso la casa circondariale di Cremona, alcuni quaderni su cui aveva scritto a mano con una calligrafia minuta, poesie e prose.

Diversi sono i temi che Rognoni affronta, dall’amore per la sua donna, per il figlio, per il padre e per la bellezza della natura spesso immaginata dietro le sbarre, all’amore per la Vergine alla quale dedica una splendida poesia e alla Fede per Dio, il tutto con una incredibile dolcezza.

 

Comunicazione ai sensi della Legge n.124 del 04.08.2017 relativamente ai contributi Ricevuti da Ente Pubblico

n.              DATA DI INCASSO                               SOGGETTO EROGANTE                            IMPORTO                    CAUSALE
1                  12.04.2018                                                    Fondazione Teatro Alla Scala                            € 20.000                    vendita biglietti
di Milano
2                  9.05.2018                                                     CO.GE Lombardia*                                              € 20.602                   progettazione sociale,

bando Volontariato 2018

3                   25.07.2018                                                 Consiglio Regionale Lombardo                          € 1.856,56                    assegnazione contributo fondo soliderietà
* contributo erogato da Fondazione Cariplo e Regione Lombardia

FOTO PROGETTO F.A.SE. con didascalie

Apertura dei lavori con i saluti istituzionali del Dott. Siciliano, Direttore del Carcere di San Vittore

Grazie per la presenza delle Educatrici del Carcere di Bollate, dott.sa Bianchi e dott.sa Barba

Team Sesta Opera al lavoro

Al corso di formazione sulla Cultura Rom anche la Coordinatrice dell’Icam, dott.sa Grimaldi

Qualche dato

 

 

 

 

FOTO PROGETTO F.A.SE.

Descrizione del contesto: Progetto FASE

Tutti noi sappiamo che nella società attuale la cultura e l’informazione sono sempre più strumenti indispensabili per la vita, per i rapporti con le persone e le Istituzioni, per risolvere i problemi quotidiani, per programmare il presente ed il futuro.
Chi non li possiede resta un “escluso”. Istituzioni, Associazioni, volontari che si impegnano nella promozione culturale e sociale dei giovani rilevano che, tra i ragazzi in “difficoltà”, aumenta il numero di coloro che non terminano la scuola dell’obbligo o che la concludono con indifferenza, demotivati e quasi assenti.
Nel caso specifico delle comunità dei Rom e dei Sinti, ci troviamo inoltre di fronte a presupposti di ordine culturale e sociale che determinano un momento molto delicato del loro processo di confronto / integrazione.
Per alcuni gruppi si sta maturando un salto di qualità verso la cultura della “sedentarizzazione” e/o un cambiamento delle attività lavorative tradizionali; per altri un adeguamento a forme diverse di vita e a modalità di comportamento nuove rispetto al passato, spesso derivanti dall’esterno.
Da tutto ciò emerge la necessità di conoscere a fondo l’attuale realtà e le nuove esperienze, di favorire il rapporto fra cittadini (gage e Rom / Sinti) e di rafforzare le modalità di auto determinazione degli zingari stessi nel processo di integrazione fra le due culture.
In questo contesto si inserisce il percorso di formazione dei Mediatori Rom e Sinti: formazione di giovani disponibili a collaborare con le Istituzioni per raggiungere migliori condizioni di reciproca conoscenza, accettazione ed interazione.
Anche a livello europeo si è in questi ultimi anni affermata la consapevolezza che il problema della scolarizzazione dei bambini Rom e Sinti, ha ormai assunto un carattere di gravità tale da richiedere un impegno da parte degli stati membri più significativo e efficace.
La Risoluzione del 1985 può essere considerato il punto di partenza di un interesse esplicito della Commissione europeo e di un più forte coinvolgimento degli Stati membri.
In questa Risoluzione, dove si denunciavano i bassi livelli di presenze scolastiche e l’alto tasso di analfabetismo fra i Rom e Sinti adulti, la scolarizzazione veniva riconosciuta come l’elemento cardine per lo sviluppo dell’autonomia personale e professionale e per l’avvenire culturale, sociale ed economico delle comunità Rom, stanziali e nomadi.
L’intervento della Risoluzione era quello di stimolare le iniziative nazionali affinchè venissero poste in atto le misure necessarie in termini di promozione delle strutture, delle forme di pedagogia adatte, di sostegno agli insegnanti, perchè il rapporto fra comunità zingare e scuola diventasse un punto significativo delle politiche educative.
E’ iniziata così una ricerca di Soluzioni nei vari paesi dell’Unione. Sono nati progetti ma anche attività di studio e di riflessione che hanno evidenziato come la situazione delle comunità Rom e Sinte sia generalmente difficile, in alcuni casi allarmante.
Le difficoltà di scolarizzazione e di dialogo con le famiglie Rom non nascono dal nulla ma sono precedute da secoli di negazione della cultura zingara, della stessa esistenza dei Rom in quanto persone e in quanto gruppo. In tale contesto la scuola viene percepita spesso come nemica e l’obbligo scolastico come un’aggressione e non come un diritto.
Ciò ha generato e genera una conflittualità che coinvolge la scuola, le famiglie, il contesto sociale.
In questa situazione però proprio la scolarizzazione diventa punto di forza per l’emancipazione, uno strumento di sopravvivenza, considerato che l’analfabetismo è una ulteriore causa di emarginazione.
In altri termini essere sedentarizzati incide sull’avvenire delle comunità Rom / Sinte sul piano economico e su quello sociale. Se la sedentarizzazione riveste tanta importanza il momento dell’accoglienza richiede impegno e competenza.
L’accoglienza è un elemento fondamentale per l’esercizio di un diritto: il diritto all’istruzione.

Associazione In Opera

L’Associazione In Opera è stata fondata da Sesta Opera il 25 giugno 2016 e nel corso del 2017 è diventata operativa all’interno della Casa di Reclusione di Opera Milano: si vogliono promuovere percorsi di volontariato anche all’esterno, per le persone che attualmente sono ammesse, oppure sono nelle condizioni giuridiche per l’ammissione, al lavoro esterno ( 21 O.P.).

L’Associazione è un’esperienza di Giustizia Riparativa che ha nelle proprie finalità il voler offrire un contributo ed un percorso di riparazione sociale del danno cagionato alla collettività attraverso progetti di lavoro socialmente utile e di volontariato.

                                                                                                              Conosci l’Associazione