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“Accompagnare i condannati invisibili”

Libro a cura di Guido Chiaretti

Recensione

Indice

 

Jesuit Social Network: i Webinar organizzati

In questo tempo in cui non è possibile incontrarsi di persona, Sesta Opera San Fedele e le altre associazioni del JSN, che operano in carcere e fuori, si raccontano attraverso incontri on line

Per ascoltare i webinar appena conclusi vai alla nostra pagina “eventi

Per il calendario dei prossimi appuntamenti clicca qui

Webinar sul carcere con Jesuiti Social Network

Si è svolto ieri, 2 luglio 2020, il primo incontro sulla Detenzione che ha dato l’avvio al percorso di approfondimento che coinvolgerà tutti gli enti del JSN nei diversi ambiti di azione.
Hanno partecipato oltre a Sesta Opera San Fedele, Il Poggeschi per il carcere (Bologna), il Centro Astalli Catania Fe y Alegria Roma CVX Reggio Calabria Fondazione Emmanuel (Lecce) e Centro Astalli Palermo.
È emerso uno stile comune nell’essere presenti in una realtà molto difficile come il carcere e che accompagna chi ha commesso un reato, dalla detenzione fino al reinserimento nella società.

Come si fa oggi ad approntare un’accoglienza di persone che escono dal carcere?

In questi giorni così difficili per tutti, più volte il volontariato e il terzo settore hanno segnalato le difficoltà di chi, privato della libertà personale, vive all’interno di carceri sovraffollate e deve affrontare la paura del virus, la solitudine per la lontananza dei famigliari, l’impossibilità di rispettare regole minime come la “distanza sociale”.

Leggi l’articolo completo sul sito Conferenza nazionale Volontariato e Giustizia.

 

Coronavirus, il cappellano del Sacco di Milano: “I malati chiedono vicinanza.”

Coronavirus, il cappellano del Sacco di Milano: “I malati chiedono vicinanza, aspetto anche 40 minuti solo per chiedere se hanno riposato” La pandemia non spegne le domande di senso degli uomini. Don Giovanni Musazzi racconta la sua quotidianità con gli ammalati e con i medici: «Si lavora al 150%. Assisto ad una testimonianza di bene contagiante» Coronavirus, il cappellano del Sacco di Milano: “I malati chiedono vicinanza, aspetto anche 40 minuti solo per chiedere se hanno riposato”

 

MILANO. «A un cappellano viene chiesto di fare il cappellano. Sono un ospite che testimonia con la sua presenza che Dio c’è». Don Giovanni Musazzi è il volto della misericordia di Dio nelle corsie dell’Ospedale Luigi Sacco di Milano. «La presenza è il punto di partenza» per instaurare un dialogo con i medici e con i pazienti. Sul camice usa e getta scrive di volta in volta, con il pennarello, la parola “prete”. «Visito i pazienti Covid». A volte si deve limitare a una benedizione attraverso il vetro. «Ma sono entrato, con le protezioni necessarie, anche in alcune stanze. Le giornate volano veloci (gli incontri, compresi i preparativi, possono durare anche un’ora).
«Una signora con la polmonite quando mi ha visto – racconta il sacerdote della Fraternità San Carlo – si è messa a piangere, perché normalmente non possono ricevere visite. La sua compagna di stanza, cattolica ma non praticante, quando ha capito che ero un prete, si è commossa ed è scoppiata in lacrime». La malattia può degenerare in fretta. «Molte persone desiderano confessarsi. Mi posso fermare due/tre minuti per la comunione e l’assoluzione generale. Non posso avvicinarmi. Faticano a parlare, ma sono molto felici di vedere un sacerdote e qualcuno che non è obbligato a restare lì».
Nonostante lo sconforto, la speranza cristiana è ben visibile. «La sofferenza può nascondere Dio ma non lo elimina. Cerco di assumere la sofferenza delle persone che incontro e prego con loro. Diversamente sarebbe solo un esercizio di retorica». L’uomo è alla ricerca di continue risposte: «L’epicureo sazio, seduto sul divano con in mano il telecomando, afferma che se c’è la sofferenza, non c’è Dio. Noi, invece, vediamo che più c’è sofferenza, più c’è una ricerca di Dio, perché emerge una ricerca di senso. Noi strutturalmente siamo preghiera. Nasciamo piangendo, chiedendo che qualcuno ci soccorra», racconta il sacerdote.
Ma se prego, chi viene in mio aiuto? «L’unico modo per far capire che c’è Qualcuno, è mostrare un uomo che va in soccorso. Nel patrimonio della Chiesa, soprattutto dell’ultimo secolo, abbiamo dimenticato che Dio si è fatto carne: Dio ti raggiunge attraverso l’uomo». Ognuno di noi con i suoi limiti può diventare determinante per l’altro. «Per questo il Papa dice di non chiudersi in sagrestia. La gente, anche in questo momento difficile, ha bisogno di sentirci vicini».
La figura del cappellano (insieme a lui opera don Mauro Carnelli, un presbitero diocesano) ricopre un ruolo molto importante anche per tutto il personale sanitario che si sta sobbarcando un peso non indifferente. «La struttura non è al collasso. Sta funzionando al 150%. In Ospedale è scomparso il lamento. La gente lavora al 150%: ferie sospese; i giorni di riposo sono chimere; turni di 12 ore… Tutti lo fanno perché si rendono conto di vivere un tempo straordinario: questo, infatti, fa vedere le cose come sono. Chi è egoista diventa ancora più egoista; chi è buono diventa ancora più buono; chi lavora, lavora ancora di più. Dentro alla difficoltà assisto a una testimonianza di bene contagiante: le persone cambiano».
Continua ad incontrare i medici. E più di una persona, ogni giorno, gli raccomanda: «Non smettere di venire, perché abbiamo bisogno di vederti». «Non faccio – sottolinea – cose straordinarie. Aspetto anche quaranta minuti alla porta per chiedere semplicemente se la notte si sono riposati. Magari quella persona non ha nessuno che glielo chiede…». Del resto chi lavora «nella zona critica» vive normalmente separato dalla sua famiglia («ci ritroviamo a parlare della moglie e dei figli»); lo stesso ospedale ha messo a disposizione delle camere in hotel.
«Hai tempo per darmi la comunione?», è una delle tante richieste che gli vengono formulate. Le Messe nella piccola cappella sono sospese. Dalle 8 alle 9 e dalle 11,30 alle 12,30 fa l’adorazione eucaristica che diventa un punto di riferimento per tutti: chi passa, sa che lì c’è l’eucaristia. Arrivano, pregano ed escono. Non molto tempo fa, in un reparto, ha incontrato nella zona contaminata un’infermiera anticlericale che gli ha posto alcune raccomandazioni sulla mascherina e, guardandolo, l’ha spronato: «Continui a venire, perché muoiono soli».
Ha celebrato un funerale (la semplice benedizione della salma) solo con il feretro in un piazzale perché i parenti erano in quarantena. «I dipendenti delle onoranze funebri hanno scattato una foto per poter mostrare almeno un ricordo ai parenti: “È l’unica cosa che possiamo fare per loro”». Di fronte al dolore, «io non posso dirti che Dio ti ama. Devo dire: io ti amo e sono disposto a condividere un po’ di tempo con te. Allora – conclude don Giovanni – posso dire a una persona che Dio lo ama».

Conferenza Nazionale Volontariato Giustizia: Comunicato stampa

Tempi di virus: capire la sofferenza di chi è in carcere, sconfiggere ogni violenza

di Ornella Favero, Presidente della Conferenza Nazionale Volontariato Giustizia

Provate a immaginare oggi, con questo bombardamento di notizie su un virus che fa paura a noi tutti, di essere rinchiusi in una galera sovraffollata, sentir parlare della necessità di stare almeno a un metro di distanza l’uno dall’altro e sapere che il tuo vicino di branda sta a pochi centimetri da te, in una pericolosa promiscuità dettata dagli spazi ristretti; sentir dire che è un virus che può diventare mortale se attacca persone indebolite dalla malattia e vedere che le persone che hai intorno sono spesso  debilitate da un passato di tossicodipendenza e che altre e più gravi patologie coesistono con la detenzione;  avere una vita povera di relazioni e vedere dapprima “sparire” tutti i volontari, di colpo non più autorizzati a entrare in carcere, e poi improvvisamente anche i famigliari. Veder sparire le già poche possibilità di formazione e istruzione e dover riempire le giornate con il nulla e la paura. C’è di che perdere davvero la testa.

Se c’è un valore di cui il Volontariato è portatore sempre è quello della non violenza, quindi niente si può giustificare di quello che sta accadendo in questi giorni nelle carceri, ma abbiamo anche il dovere di cercare di capire la disperazione che c’è dietro certi gesti: sette detenuti morti a Modena, forse per aver ingerito del metadone, sono comunque l’espressione della sofferenza e della solitudine che caratterizzano più che mai oggi la vita detentiva.

Quando con una qualità della vita già così bassa interviene una catastrofe come quella del coronavirus, pensare che persone che la violenza l’hanno sperimentata spesso nel loro passato possano agire con ragionevolezza è solo un’illusione. Se, come chiediamo da tempo, le persone detenute potessero avere dei rappresentanti eletti, sarebbe almeno un po’ più facile cercare di responsabilizzarli in una situazione così grave.

Imparare a rifiutare qualsiasi violenza è un aspetto fondamentale della rieducazione, su cui noi volontari ci battiamo senza sosta con le persone detenute, ma sono percorsi lunghi e complessi, che comportano un’adeguata formazione/informazione e un confronto costante. Ed è per questo che capiamo anche quanto drammaticamente difficile sia per la Polizia penitenziaria affrontare conflitti violenti come quelli di questi giorni, e far fronte a questa emergenza spesso senza adeguate e dettagliate informazioni, e senza i prescritti dispositivi di protezione individuali. E quanto importante sia che quello che sta succedendo in questa tragica emergenza non interrompa, ma anzi sviluppi e rafforzi il dialogo che deve esserci sulla finalità rieducativa della pena.

 

Ecco quello che noi volontari, parte di quella società civile che accompagna le persone detenute nei percorsi di reinserimento, proponiamo:

  • Istituire presso ogni Istituto di pena una specie di Unità di crisi che coinvolga rappresentanti di tutti gli operatori, compreso quel volontariato che fa così comodo nella quotidianità della vita carceraria, ma che è più facilmente “sacrificabile” nei momenti di vera emergenza, quando il suo apporto, la sua capacità di mediazione e di comunicazione sarebbero fondamentali.
  • Dare ordine ed efficacia alle misure, relative alla tutela degli affetti, uscendo dalla genericità di formule come quella adottata in questi giorni, che dice che “I colloqui visivi si svolgono in modalità telefonica o video, anche in deroga alla durata attualmente prevista dalle disposizioni vigenti”. Le telefonate dovrebbero essere liberalizzate come avviene in molti Paesi europei, e però programmate per permettere a tutti di chiamare casa ogni giorno; andrebbe istituito un fondo per chi non ha soldi nel conto corrente e studiata la possibilità di far usare ai detenuti stranieri le tessere prepagate.

C’è poi una circolare del DAP che invita a istituire i colloqui via Skype in tutti gli istituti, va monitorata la situazione per capire quali carceri abbiano già applicato la circolare e vanno organizzate più postazioni in ogni istituto, allargando anche ai detenuti di Alta Sicurezza la possibilità dei colloqui via Skype.

Va inoltre ridato al Volontariato il ruolo di sostenere e aiutare le persone detenute a restare in contatto con le loro famiglie, in modo particolare in un momento così delicato.

  • Ci sono in carcere 8682 persone detenute con meno di un anno di residuo pena, 8146 persone detenute con da uno a due anni di residuo pena, persone quindi destinate ad uscire presto. Sono persone che non devono intasare le carceri e rendere ancora più difficile affrontare l’emergenza sovraffollamento e quella coronavirus.

Quello che si può fare subito è creare le condizioni perché vengano concesse più misure alternative: quindi dove è possibile l’affidamento in prova ai servizi sociali, che è la misura più compiutamente efficace per il reinserimento delle persone detenute nella società e anche per la sicurezza della società stessa, e poi la detenzione domiciliare negli ultimi due anni della pena. A partire da tutte le persone anziane e dai malati, che devono essere al più presto rimandati a casa. E se non hanno dove andare, crediamo che la rete delle Comunità di accoglienza possa dare una mano a trovar loro una sistemazione dignitosa.

Questo ridurrebbe sensibilmente il numero delle persone in carcere e contribuirebbe ad alleggerire le tensioni e ad affrontare più efficacemente l’emergenza sanitaria.

In un Paese convulso, irrazionale, spaventato come il nostro crea scandalo e smarrimento dire che una soluzione come due anni di indulto e un’amnistia per reati di non particolare gravità sarebbe un modo serio per riportare le carceri alla decenza e alleggerire i tribunali, già sfiancati dal virus. Però dobbiamo cominciare a parlarne, con la consapevolezza che è pericoloso oggi creare inutili illusioni tra le persone detenute e i loro famigliari.

 

Facciamo in modo che sia garantito il diritto alla salute anche a chi ha sbagliato e sta scontando una pena, è il modo giusto per sentirsi parte di una comunità e affrontare con meno paura il futuro.