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“Accompagnare i condannati invisibili”

Libro a cura di Guido Chiaretti

Recensione

Indice

 

Il Progetto Accoglienza Nuovi Giunti nasce a Milano nel 2004 ad opera dell’allora Direttore della Casa Circondariale S. Vittore, Dott. Luigi Pagano.

Operatori coinvolti e obiettivi

Nell’imminenza dell’arrivo di un detenuto, questo è visto dalle figure istituzionali (medico, psicologo, eventualmente psichiatra) e, appena possibile, da un volontario.

L’aggiunta del volontario è indubbiamente un segno di grande civiltà e di sensibilità nei confronti del recluso, chiunque esso sia e  qualunque reato gli sia imputato: in un colloquio in cui non si fanno domande ricorrenti per tutti i casi e, soprattutto, non si inseriscono risposte in un computer, risposte che finiscono nel dossier personale, quindi in un colloquio “da persona a persona”, è molto facile che il detenuto si apra con grande libertà, parli dei suoi problemi personali e familiari, delle sue ansie e delle sue paure.

Il volontario, che normalmente non è al corrente del reato ascritto, accoglie ciò che il detenuto gli trasmette e sa che il suo compito è cercare di ammorbidire la situazione, incoraggiare la persona che ha di fronte, cercando di agire sul “punto sensibile” che risulta da quanto espresso dal detenuto.

Questo atteggiamento normalmente porta l’altro a rilassarsi, a dare al discorso un tono diverso, molto meno affannato. Ecco perché si chiama “accoglienza”.

Ma c’è indubbiamente un altro motivo che sottende il servizio del volontario all’interno di questo progetto: il volontario, in effetti, costituisce un filtro supplementare per rendersi conto se ci siano tendenze autolesionistiche che potrebbero anche sfociare in un tentativo di suicidio. Molto probabilmente lo psicologo che ha visto il Nuovo Giunto ha già percepito, se esistono, intenzioni di questo genere, ma ci sono personalità complesse che stanno molto attente a non lasciarsi sfuggire davanti allo psicologo espressioni o stati d’animo che potrebbero essere registrati, mentre col volontario prevale l’idea di trovarsi, come in effetti è, con una figura non istituzionale con cui si possa parlare liberamente.

Ovviamente deve essere chiaro al volontario del Progetto Accoglienza a chi debba rivolgersi nel malaugurato caso in cui abbia la netta impressione che esista un pericolo di autolesionismo di qualunque entità.

Il servizio del volontario è sostanziale nel caso di persona che viene dalla libertà, ma non è meno importante in caso di trasferimento da altro carcere perché spesso il “tradotto” viene a trovarsi improvvisamente lontano dalla famiglia, dall’avvocato che finora l’ha difeso, magari al momento anche senza i soldi che gli erano stati versati sul conto aperto a suo nome nel carcere di provenienza.

Come si comincia questo tipo di volontariato

Il volontario destinato al Progetto Accoglienza non dovrebbe mai cominciare questo servizio da solo, bensì accompagnato da un altro volontario che abbia esperienza nel campo. È un servizio particolarmente delicato perché ci si può trovare di fronte a disperazione, ansia, rabbia, senso di rivalsa e il volontario, di fronte a tutto questo, deve essere, non sembrare, interessato alla persona senza provare pregiudizi o esprimere giudizi sull’arresto, sull’iter giudiziario, senza dare consigli sulla eventuale scelta di avvocati. Il volontario non ha competenza in campo giudiziario, ma solo umanitario. Per qualsiasi situazione in cui gli occorra un parere specifico relativo alla situazione giudiziaria del detenuto, si appoggerà alla funzione a ciò preposta. 

Colloqui successivi

Talvolta il volontario si trova di fronte a una persona di particolare fragilità, magari senza famiglia, che trae chiaramente profitto dal poter colloquiare con una persona estranea al sistema giudiziario. Sarà premura, nei limiti del possibile, richiamare tale detenuto per capire se la situazione sia più tranquilla e questo è certamente un modo di far sentire all’altro di non essere solo.